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Il palazzo della S.d.N. a Ginevra dove sono state decretate le sanzioni contro l'Italia. Archivio Vito Zita ©

Fonte: Cronache illustrate dell'azione italiana in A.O., Tuminelli e C. Editori, Roma, 1936

 

 

 

Le sanzioni

Nel fascicolo precedente abbiamo esaminato in qual modo la Lega sia giunta, nelle sedute del 7-10 ottobre, a considerare l'Italia come «aggressore» dell'Etiopia, secondo gli articoli 12, 13 e 15 del Patto, e accennato anche come solo l'Austria e l'Ungheria si siano dichiarate «contrarie » alle conclusioni degli altri Membri della Società.
Alcune frasi del discorso pronunciato dal delegato austriaco in tale circostanza meritano di essere ricordate:
«I legami che uniscono il popolo austriaco all'Italia sono profondi e non è certo l'Austria che mancherà ad una amicizia destinata a durare nei tempi che verranno. Questa amicizia è aumentata da un debito di gratitudine non previsto dal Patto che impone però anche esso dei doveri... L'Austria confida che la S.d.N. prendendo la via delle sanzioni, fatto senza precedenti nei suoi annali, avrà però sempre in vista il suo compito principale che non potrebbe essere altro che la pace».
A sua volta il delegato ungherese osservò che «la S.d.N. e il suo Patto sono stati creati e esistono con un solo scopo : quello di mantenere la pace. Ora mantenere la pace vuoi dire lavorare a eliminare tutte le cause che potrebbero produrre una guerra... E mi domando se nel caso presente tutti i mezzi sono stati impiegati e esauriti per raggiungere tale scopo...».
Nella seduta poi dell'11 ottobre anche il Rappresentante dell'Albania aveva preso la parola per dichiarare che il suo Paese, datT i legami di alleanza con l'Italia, non poteva associarsi all'applicazione delle sanzioni.
Con la strana procedura del silenzio, interpretato come approvazione, il dibattito era ormai chiuso.
Nondimeno vari delegati di paesi che avevano approvato le conclusioni del rapporto del Consiglio della Lega che considerava «aggressore» l'Italia, presero la parola per esporre il punto di vista dei loro Governi.
Riteniamo opportuno accennare ad alcune di tali dichiarazioni,
perché ciò serve a comprendere l'atteggiamento di numerosi paesi in quello storico periodo e a comprenderne in parte le successive evoluzioni.
Il delegato francese Lavai fece una breve dichiarazione per chiarire che, essendo il Patto della S.d.N. la legge internazionale che il suo paese non avrebbe potuto né infrangere né lasciare indebolire, la Francia avrebbe osservato il Patto: ma che l'amicizia per l'Italia gli dettava altresì il dovere di ricercare contemporaneamente una soluzione conciliativa alla quale il Governo Francese si sarebbe dedicato appassionatamente.
Il delegato inglese Eden confermò il principio che la politica estera del suo Governo rimaneva solidamente fondata sulla partecipazione alla S.d.N. e che la S.d.N. aveva due scopi principali: evitare se possibile con un regolamento pacifico la guerra e in secondo luogo, non riuscendo in tale tentativo, la S.d.N. aveva il dovere di arrestare la guerra. I membri dell'Assemblea dovevano ora assolvere tale secondo scopo e in base alla efficacia dei risultati che la S.d.N. avesse potuto ottenere in questa sua seconda missione, si sarebbe potuto giudicarla. Dato poi che il dovere dei Membri era quello di agire, l'essenziale era di agire prontamente.
Il delegato svizzero Motta accentuò ancora in modo più netto la tesi di Lavai che si dovevano continuare gli sforzi di conciliazione e chiarì d'altra parte che data la posizione internazionale speciale della Svizzera, di neutralità perpetua, egli considerava che il suo Governo non era tenuto a applicare delle sanzioni che per la loro natura a r loro effetti avessero potuto esporre LL neutralità svizzera a un reale pericolo.
Il delegato sovietico, nella chiusa del suo discorso, chiarì quale fosse il vero scopo perseguito dal suo Governo nell'associarsi alla decisione ginevrina, qualificando l'azione internazionale di quel momento come rispondente al bisogno di realizzare la sicurezza collettiva, «il sistema cioè che avrebbe dovuto mettere un freno a qualsiasi ulteriore tentativo, da qualunque parte potesse venire, di infrangere la pace con dei colpi inferii ai punti nevralgici del mondo ».

Il delegato del Cile, dopo avere ricordato i vincoli secolari di simpatia e gli interessi di ogni natura che legano il Cile all'Italia, dichiarò che il suo Governo era tuttavia convinto che le misure repressive che si stavano per adottare non sarebbero state che provvisorie e destinate al solo ristabilimento della pace. Egli aveva la ferma speranza che non si sarebbero manifestate necessarie per lungo tempo e che la S.d.N. avrebbe presto trovato una soluzione giusta e equa del conflitto.
Il delegato dell'Uruguay espresse delle riserve a nome del suo Governo, basate sulla situazione speciale idi alcuni paesi e sulla difficoltà che talune sanzioni avrebbero potuto portare per quegli Stati in cui l'elemento straniero italiano rappresenta una proporzione importante della popolazione. Dopo avere reso un caldo omaggio agli italiani dell'Uruguay, auspicò andi'egli a una soluzione conciliativa nella vera atmosfera di Ginevra, con una formula cioè di pace e di amicizia.
Il delegato della Bolivia nell'accennare al passato del conflitto del Chaco in cui il suo Paese era in causa, dichiarò che dei dubbi potevano sussistere circa la responsabilità dell'inizio delle ostilità in un paese litigioso senza frontiere tracciate. Ricordò che la Bolivia aveva chiesto l'applicazione del Patto in un momento doloroso della sua storia e si disse lieto di constatare che l'Assemblea intendeva ora mettere fine a quello che egli aveva osato chiamare una politica stagionale dei due pesi e delle due misure. Vedeva ora iniziarsi una politica di solidarietà nelle responsabilità di ogni genere e in ogni circostanza di tempo e di luogo; la Delegazione Boliviana, prendendo atto di questo nuovo principio, avrebbe apportato la sua adesione alle risoluzioni del Consiglio.
I delegati della Intesa Balcanica e della Piccola Intesa credettero necessario di fare ancora delle brevi e nette dichiarazioni per confermare il loro attaccamento al Patto, di cui avrebbero scrupolosamente osservato le disposizioni.
Si chiudeva cosi la prima fase del procedimento ginevrino contro l'Italia e si iniziava la seconda.
Prima che questa avesse inizio, l'Italia, che non poteva riconoscere neppure formalmente alcun valore alla pseudo-sentenza della Lega, tenne a mettere individualmente i vari Governi che si erano associati alle conclusioni ginevrine di fronte alla propria responsabilità verso la Storia e verso il popolo italiano. I Rappresentanti diplomatici italiani presentarono quindi a tutti quei Governi una nota verbale in data 12 novembre per ribadire le circostanze di fatto della vertenza italo-etiopica e gli argomenti inoppugnabili di diritto che giustificavano la nostra azione, argomenti che trovavano nel pur breve periodo trascorso dalle ultime riunioni del Consiglio, nuove prove e conferme nelle spontanee sottomissioni degli indigeni dei territori etiopici occupati e nella vasta azione civilizzatrice italiana, che va dalla liberazione degli schiavi alla istituzione di scuole e ospedali.
Ma la pesante macchina ginevrina, generalmente così lenta e prudente nei suoi movimenti, si è rivelata nei nostri riguardi insolitamente agitata e avventata. Sotto la direzione della «bacchetta» inglese, il «concerto leghista». di solito così lento a formarsi e così pronto a sciogliersi, sedette in permanenza, di giorno e di notte, in atmosfera pesante e corrotta, estranea alla realtà ed a ogni ponderato senso di misura, sino a che non credette avere soddisfatto agli inusitati compiti assegnatigli, sacrificando ognuno sull'altare di una utopia insensata le proprie relazioni con l'Italia, maturate attraverso i secoli dì storia e vincoli di ogni genere. L'Inghilterra ha svolto in quei giorni una attività diplomatica e politica mai vista sino allora, serrando da presso di volta in volta gli incerti i dubbiosi i possibili retrivi, con ogni sorta di intimidazioni, di ricatti e di lusinghe, senza lasciare un attimo di tregua ai dibattiti, facendo votare anche di notte ciò che si era appena incominciato a discutere qualche ora prima, agitando dinnanzi a tutti il mito della pace e della sicurezza collettiva.
Non dimentichiamo che l'Inghilterra aveva creduto necessario appoggiare questa sua febbrile attività politica con lo schieramento nel Mediterraneo della flotta reputata sin qui la più potente del mondo. £' con questo sfondo grigio e minaccioso di colossi del mare, la cui presenza nel Mare Nostro non era tuttavia autorizzata da nessuna disposizione del Patto e di cui nessun membro della S.d.N. aveva manifestato il desiderio, che la scena ginevrina si svolge rapidamente, con la parola d'ordine: tutto il Patto, niente altro che il Patto.
Non è ancora spenta l'eco dei discorsi dei rappresentanti dei Governi che invocano la pace come unico scopo del Patto della S.d.N. che già si parla di sanzioni, piano inclinato verso la guerra.
E' l'art. 16 del Patto, di cui si chiede l'applicazione. Esso dice che un membro il quale ricorre alla guerra contrariamente agli impegni presi cogli articoli 12, 13 e 15. è considerato ipso facto come avente compiuto un atto di guerra contro tutti gli altri membri della S.d.N.. e questi si impegnano a rompere immediatamente tutte le relazioni commerciali e finanziarie con lo Stato in rottura del Patto.
Questo articolo esplosivo aggiunge anche che il Consiglio ha il dovere di raccomandare ai Governi gli effettivi militari, navali e aerei coi quali i membri della S.d.N. contribuiranno rispettivamente alla forza armata destinata a far rispettare gli impegni della Società. Dice ancora l'art. 16 che i membri della Società si presteranno aiuto reciproco nell'applicazione delle misure econo-miche e finanziarie e per resistere a tutte le misure speciali dirette contilo alcuni di essi dallo Stato in rottura del Patto (è su questo capoverso che l'Inghilterra si baserà per chiedere alla Francia e a vari altri Stati mediterranei il loro appoggio contro l'Italia nell'eventualità che questa la ... aggredisca!).
L'11 ottobre veniva costituito il Comitato di Coordinamento delle sanzioni. Ne fu eletto presidente il delegato portoghese Pe Vasconcellos, antifascista e massonico. Questo grande Comitato, in cui sono rappresentati 49 Stati, ha creato subito un comitato più ristretto che è stato incaricato di fare delle dettagliate proposte e che si è chiamato il Comitato dei Diciotto. E' il quarto e non ultimo dei comitati creati per il conflitto italo-etiopico: abbiamo già visto infatti quello dei Cinque, dei Sei, dei Tredici e ora quello dei Diciotto ; la progressione dell'ordine numerico di questi Comitati è stata inversamente proporzionale alla saggezza dei loro deliberati!
Se è vero, come abbiamo osservato, che la manovra sanzionista si appoggiava sulla presenza minacciosa della flotta britannica nel Mediterraneo, va detto subito anche per ben comprendere il senso e la portata degli atteggiamenti societari dell'ottobre e novembre, che un altro fattore fondamentale aveva rischiarato il problema di luce inequivocabile : la dichiarazione del Duce fatta il 2 ottobre aveva messo il mondo di fronte alle proprie responsabilità, affermando che il popolo italiano avrebbe risposto alle sanzioni eco-nomiche col proprio senso di disciplina e di sacrificio, ma che alle misure militari avrebbe opposto misure militari e che ad atti di guerra avrebbe risposto con atti di guerra. Non rimaneva così alternativa di sorta per i sanzionisti a rimorchio dell'utopia ginevrina.
Queste premesse dovettero essere certo ben presenti alle menti responsabili dei vari Governi poiché si dileguarono dopo di allora le minacce agitate quotidianamente durante il mese di settembre e ai primi di ottobre relativi alla chiusura del Canale di Suez, al blocco e a ogni altra vera e propria misura di guerra. Ma nei limiti fissati dalla parola ammonitrice del Capo del Governo dobbiamo ben constatare che il Comitato di Coordinamento delle sanzioni è giunto al massimo delle sanzioni economiche proponibili senza rischio di provocare la guerra.


 

 

A. C.
 

 

 

segue

 

 

 

 


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